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Il Servo di Dio Don Umberto Terenzi

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Don Terenzi
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Postulazione del Servo di Dio don Umberto Terenzi
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Congregazione Figlie Madonna Divino Amore postulazione Causa D. Umberto Terenzi





Omelia di Don Umberto Terenzi
nella Messa di mezzanotte nel Natale del 1973
a Casa Madonna






FILMATI DI REPERTORIO












La «primavera» di Don Umberto Terenzi

Foto ritratto del Servo di Dio Don Umberto Terenzi Nel «deserto» cui era ridotto il Santuario del Divino Amore la Provvidenza ha avuto il volto e il cuore di Don Umberto Terenzi. All’infaticabile opera di questo prete romano, del quale è stata introdotta la Causa diocesana di Beatificazione e Canonizzazione il 23 gennaio 2004, è legata, quasi come una sorprendente fioritura, la rinascita del Santuario. Don Terenzi ne fu rettore e quindi parroco ininterrottamente dal 1931 al 1974, anno della sua morte.

Quando Don Terenzi, neppure trentenne, per la prima volta arrivò a Castel di Leva, il Santuario era ridotto ad una decadenza estrema e vergognosa. La sua attività era limitata a soli due mesi l’anno, in pratica dal giorno di Pentecoste fino a luglio. Per il resto del tempo i locali del Santuario non raramente finivano per diventare anche stalle, rifugio di animali domestici e deposito di fieno. Ad un cronista del 1930 apparirà come «un villaggio abbandonato dopo un saccheggio». Luride capanne di legno, banchi d’osteria, cumuli di rifiuti, su per l’androne, presso la chiesa, fino sotto l’altare della Madonna. Al Santuario mancava anche l’acqua potabile e i venditori ambulanti a caro prezzo la vendevano – incerta di sapore e di provenienza – ai pellegrini.

Il Servo di Dio Don Umberto Terenzi Ma i disegni della Provvidenza si realizzano malgrado, anzi, in un certo senso, proprio «attraverso» la povertà, i limiti e le debolezze degli uomini. È accaduto così anche per il Divino Amore. Il 22 giugno del 1930 i ladri «visitarono» il Santuario, spogliando la Madonna dei monili preziosi donati in ringraziamento dai fedeli.

Proprio quel furto, sebbene rimasto impunito, ebbe però il merito di risvegliare l’attenzione per l’antico Santuario da troppo tempo lasciato in stato di abbandono. Appena informato del furto, il Cardinale Vicario inviò al Divino Amore un suo visitatore apostolico, Monsignor Migliorelli, il quale portò con sé un giovane sacerdote romano, Don Umberto Terenzi, viceparroco di Sant’Eusebio a piazza Vittorio.

La ricostruzione del Santuario In seguito alla relazione di Monsignor Migliorelli si decise che un sacerdote dimorasse stabilmente al Divino Amore con il titolo di rettore. La scelta cadde proprio su Don Terenzi, il quale, inizialmente, accolse l’invito con una certa titubanza. Non se la sentiva proprio, il giovane sacerdote, di stare solo laggiù in quella che era una vera e propria topaia, circondato da venditori di paccottiglie ed esposto alle sortite di ladri e malintenzionati. «Era il luogo dei briganti – ricorderà Don Umberto molti anni dopo. – Sì, c’era la Madonna, faceva miracoli, ma la gente che stava intorno!?... Dio solo lo sa».

A dare una mano a Don Terenzi furono due avvenimenti. Un miracolo, attribuito proprio all’intercessione della Madonna del Divino Amore, con il quale ebbe salva la vita in un incidente stradale. E l’incontro, del tutto casuale, con un suo amico sacerdote in fama di santità, Don Luigi Orione. Quel Don Orione, grande apostolo della carità e fondatore del Piccolo Cottolengo, che nel 1980 Giovanni Paolo II ha solennemente elevato agli onori degli altari dichiarandolo beato e nel 2004 santo.

Vita quotidiana in Santuario La sorte del Santuario si decise nel breve arco di una giornata: il 14 aprile del 1931. È mattina quando il giovane Don Umberto si mette alla guida della sua automobile. Sta tornando a Roma dal Santuario per parlare con il Cardinale Vicario Francesco Marchetti Selvaggiani e dirgli senza mezzi termini: «Eminenza, ci vada lei al Divino Amore». Oppure: «Ci venga pure lei con me, ma non mi pianti così, senza un soldo, senza niente». Don Terenzi voleva rinunciare alla missione che gli era stata affidata. Da soli quindici giorni si era stabilito al Santuario di Castel di Leva e già due volte i banditi avevano tentato di ammazzarlo. La prima notte aveva dormito circondato dai topi. «Madonna mia che paura! – ricorderà. – Avevo messo il letto su quattro mattoni per stare un po’ più sollevato, non pensando che i sorci scavalcassero pure il letto». Nel Santuario non era rimasto più niente, i ladri si erano portati via tutto, «mancava anche il purificatoio per dire Messa».

Don Umberto Terenzi con il gruppo dei pellegrini È con questi sentimenti che Don Umberto si mette alla guida della sua auto, pagata 2800 lire (una somma notevole per il tempo) e acquistata appositamente, a costo di pesanti debiti, per poter andare a fare il prete a Castel di Leva. Percorso appena un chilometro, svoltata la curva che chiude l’orizzonte al Santuario, l’auto però sbanda paurosamente, esce fuori strada, si capovolge. La scena è drammatica. L’automobile è ridotta ad un ammasso di ferro contorto. Don Umberto invece ne esce illeso, praticamente senza nemmeno un graffio.

«È stata la Madonna a salvarmi la vita», afferma subito Don Umberto. Ma che fare nel frattempo? «Vado dal Cardinale Vicario a dire che ci vada lui con la sua macchina, perché io non ce l’avevo più ormai, o ritorno al Divino Amore?».

Prima di prendere una decisione, Don Umberto prova a sentire il parere di qualche amico. Incontra Monsignor Pascucci, segretario del vicariato («Lo vedi che a momenti ci rimani? Vattene via, ritorna a Roma») e Don Pirro Scavizzi, suo antico padre spirituale ai tempi del seminario («Figlio mio, ti sei imbarcato in un’opera un po’ difficile. Di’ al Cardinale che là ci vogliono dei religiosi. Tu solo lì che ci vai a fare?»).

Il Servo di Dio Don Umberto Terenzi Ma la storia della Chiesa, oltre che dai poveri peccatori, è fatta dai santi che provvidenzialmente lo Spirito del Signore non manca mai di suscitare per il conforto e il sostegno del suo popolo. Quando si è fatta ormai sera tarda, Don Umberto si reca infatti da Don Orione, che per combinazione era a Roma – non era quasi mai nella capitale – nella casa della sua congregazione alle Sette Sale. «Siete vivo sì? E voi vi state a domandare che cosa dovete fare. Domani mattina, subito, ritornate al Divino Amore. V’impongo che vi ritiriate al Divino Amore», dirà con la consueta schiettezza l’intrepido Don Orione. «E guai se ci pensate un’altra volta ad allontanarvi. Vi succederà sul serio il pericolo da cui la Madonna ha voluto liberarvi».

Don Umberto obbedì: tornò al Santuario e mantenne l’incarico di parroco per oltre 40 anni, fino al giorno della sua morte, il 3 gennaio del 1974.

Al miracolo compiuto dalla Madonna e a quel gesto di ubbidienza si deve dunque la rinascita del Santuario. Che è rapida e impetuosa. Soltanto sette giorni più tardi, infatti, il 21 aprile 1931, Don Umberto riesce a far istituire il primo regolare servizio di collegamento automobilistico (tre corse d’inverno e cinque d’estate) tra Roma e il Santuario. Il 18 aprile del 1932 si risolve definitivamente la questione della proprietà del Santuario e del terreno adiacente che passa dal Conservatorio di Santa Caterina al Vicariato di Roma. L’8 dicembre successivo viene eretta la parrocchia del Divino Amore per la cura spirituale del vasto territorio circostante. L’11 febbraio del 1933 si inaugura anche una prima opera di carità, l’asilo infantile.

Don Terenzi con i primi Sacerdoti Oblati Figli della Madonna del Divino Amore Nel giro di pochi anni, insomma, il Santuario del Divino Amore si riconquista il posto d’onore nel cuore dei fedeli romani. Tanto che nel 1944, di fronte alla furia della guerra, lo stesso pontefice Pio XII suggerirà di supplicare la Madonna del Divino Amore per ottenere la salvezza della Città eterna.

Anche attorno al Santuario, che riprende vivacità con il rinnovarsi della devozione popolare e dei pellegrinaggi, si crea un ambiente più umano. Vengono aperti un presidio sanitario, una stazione dei carabinieri, si inaugura perfino la stazione ferroviaria «Divino Amore» al 16° chilometro della linea Roma-Formia. In città, nel frattempo, nei quartieri di nuova costruzione vengono sistemate, agli angoli delle strade o sulle facciate dei palazzi, centinaia di edicole sacre con l’immagine della Madonna del Divino Amore.

Il Servo di Dio Don Umberto Terenzi con Paolo VI

Il carisma sacerdotale di Don Umberto calamita l’attenzione di centinaia di giovani. Alcuni di questi decidono di diventare sacerdoti per mettersi a più diretto servizio dei pellegrini. Nascono così, con un proprio seminario, gli Oblati del Divino Amore che da allora custodiscono e animano il Santuario. Anche molte ragazze decidono di consacrarsi totalmente al Signore. Il 25 marzo del 1942 si riuniscono nella Congregazione delle Figlie della Madonna del Divino Amore. Ancora oggi le religiose sono impegnate nel servizio alle opere di carità nate all’ombra del Santuario (scuola per l’infanzia, accoglienza e assistenza delle minori in difficoltà) e più recentemente in terra di missione (in Colombia nel 1971, in Brasile nel 1991, in Perù nel 1993, nelle Filippine nel 1998, in India nel 1999 e in Nicaragua nel 2000).

La tomba di Don Umberto Terenzi ai piedi dell'Addolorata nella cripta del Santuario

Il 29 febbraio 1992 il Cardinale Vicario Camillo Ruini ha dichiarato Servo di Dio Don Umberto Terenzi; il 23 gennaio 2004 ne ha aperto ufficialmente la Causa di Beatificazione e Canonizzazione nella Sala della Conciliazione del palazzo Lateranense.
«Sulla tua tomba – gli aveva predetto San Luigi Orione – fioriranno le opere».

Tratto da Fabrizio Contessa-Costantino Ruggeri, Madonna del Divino Amore, Ed. San Paolo




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