Contenuti speciali --» CNS-Collegamento Nazionale Santuari --»
--» Direttorio su Pietà popolare e liturgia
--» Direttorio su Pietà popolare e liturgia
Direttorio su Pietà popolare e liturgia
Presentazione
PremessaDesidero immediatamente delineare obiettivi e limiti della presente conversazione.
Trattandosi di un testo di facile lettura (anche piacevole, perché “curiosa” nelle molte notizie che offre), dò per scontato che i presenti al Convegno l’abbiano almeno complessivamente sfogliato. Queste giornate poi aiuteranno certamente ad approfondire diversi aspetti del medesimo. Per questo dedicherei una prima parte del tempo disponibile ad una complessiva e, spero, esaustiva presentazione del medesimo. Tenuto conto poi dei destinatari del Direttorio (cfr. n. 5) e del cammino della Chiesa italiana impegnata ad annunciare il Vangelo in un mondo che cambia, cercherei di compiere una receptio attiva del documento, lasciandomi interrogare e provocare dal concreto contesto nel quale tutti operiamo pastoralmente.
l – LA PRESENTAZIONE
Il decreto di promulgazione del Direttorio porta la data del 17 dicembre 2001. Solo però nell’aprile del 2002 S. Em. Il Card. I. Medina Estévez e S. Ecc. Mons. F. P. Tamburrino, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per il Culto divino e per la disciplina dei Sacramenti, lo hanno presentato nella sala stampa vaticana.Il Direttorio è costituito da due parti, precedute da una Introduzione che illustra, a grandi linee, il tema, la natura, i destinatari, i principi, il linguaggio della “pietà popolare”.
A proposito dei contenuti dell’introduzione (nn. 1-21) offro semplicemente qualche piccola sottolineatura: in riferimento alla complessa varietà delle forme di pietà il Direttorio raggruppa sotto la categoria sintetica di ‘pietà popolare’ o ‘religiosità popolare’ una variegata galleria di azioni rituali, di atti di culto, di devozioni: esse possono dunque essere considerate come ‘cifre sintetiche’, capaci di esprimere il senso della cosa. L’espressione pietà popolare si muove nell’ambito della fede cristiana e con essa vengono designate ”le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i modelli della sacra liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura” (n. 9).
L’espressione religiosità popolare non si rapporta necessariamente all’ambito della fede, ma al senso del sacro e dice riferimento a una esperienza universale in quanto “nel cuore di ogni persona, come nella cultura di ogni popolo e nelle sue manifestazioni collettive, è sempre presente una dimensione religiosa. Ogni popolo infatti tende ad esprimere la sua visione totalizzante della trascendenza e la sua concezione della natura, della società e della storia attraverso mediazioni cultuali, in una sintesi caratteristica di grande significato umano e spirituale” (n. 10)
La prima parte del Direttorio (nn. 22-92) fornisce i punti di riferimento ricavati dalla storia, dal Magistero e dalla teologia, da tener presenti in vista di armonizzare la pietà popolare con la liturgia. Anzitutto viene tratteggiata l’esperienza maturata lungo la storia, messa a confronto con la problematica del nostro tempo (cap. I); si ripropongono quindi gli insegnamenti del Magistero, che devono guidare una proficua azione pastorale (cap. II); infine, sono presentati i principi teologici alla cui luce comprendere e realizzare il nesso tra liturgia e pietà popolare (cap. III).
La seconda parte (nn. 93-287) si presenta come un insieme di proposte operative, senza pretendere di passare in rassegna esaustiva tutti gli usi esistenti. L’esposizione è articolata prendendo anzitutto come cornice lo sviluppo dell’anno liturgico (cap. IV); quindi si affrontano punti particolarmente rilevanti della pietà popolare: la speciale venerazione che la Chiesa rende alla Madre del Signore (cap. V); la devozione di cui sono oggetto gli Angeli, i Santi e i Beati (cap. VI); i suffragi per i fratelli e le sorelle defunti (cap. VII); i pellegrinaggi e le manifestazioni di pietà nei santuari (cap. VIII).
Nell’accostare queste tematiche viene toccata una serie di elementi che permettono di conoscere l’origine e la fisionomia di singole devozioni, soffermandosi sugli aspetti che compongono il linguaggio verbale e gestuale della pietà popolare, come i testi e le formule di preghiera, il canto e la musica, i gesti e le azioni, le immagini sacre, i tempi e i luoghi.
Inoltre la seconda parte contiene orientamenti di indiscutibile utilità per l’armonizzazione della pietà popolare con la liturgia: “il Direttorio sceglie anzitutto l’anno liturgico come quadro generale entro il quale esaminare i pii esercizi e le pratiche di pietà: ciò non è affatto arbitrario, bensì suggerito dalla loro origine storica e dalla collocazione cronologica che già hanno acquisito nel ritmo dell’anno liturgico”. (Dalla presentazione alla stampa di Mons. Tamburrino).
Possiamo aggiungere che la scelta è già un invito a intraprendere il cammino di rinnovamento in un programma pastorale. Si parte dalla domenica, e quindi dall’Avvento, lungo il percorso dei vari tempi fino alla conclusione del tempo ordinario. Si aggiungono i capitoli sulla venerazione della Madre del Signore, la venerazione dei santi e dei beati, i suffragi per i defunti, i santuari e pellegrinaggi.
Anche dando un fugace sguardo su questo campo vasto e variegato delle forme di pietà, antiche e recenti emerge uno sforzo non indifferente del Direttorio nella scelta, nell’ordinamento, nella stessa valutazione e nel tentativo di armonizzazione. Da ultimo: dopo aver ribadito il primato e la centralità della liturgia, il Direttorio esprime con il termine “afflato” alcune indicazioni e ispirazioni di fondo che consentirebbero, se tenute presenti e realizzate anche con un buon progetto di pedagogia educativa, una vera valorizzazione della pietà popolare, soprattutto nella forma dei pii esercizi e delle pratiche di devozione. “In quest’ottica, si comprende che il rinnovamento voluto per la liturgia dal Concilio Vaticano II deve, in qualche modo, ispirare anche la corretta valutazione e il rinnovamento dei pii esercizi e pratiche di devozione. Nella pietà popolare devono percepirsi: l’afflato biblico, essendo improponibile una preghiera cristiana senza riferimento diretto o indiretto alla pagina biblica; l’afflato liturgico, dal momento che dispone e fa eco ai misteri celebrati nelle azioni liturgiche; l’afflato ecumenico, ossia la considerazione di sensibilità e tradizioni cristiane diverse, senza per questo giungere a inibizioni inopportune; l’afflato antropologico, che si esprime sia nel conservare simboli ed espressioni significative per un dato popolo evitando tuttavia l’arcaismo privo di senso, sia nello sforzo di interloquire con sensibilità odierne. Per risultare fruttuoso, tale rinnovamento deve essere permeato di senso pedagogico e realizzato con gradualità, tenendo conto dei luoghi e delle circostanze” (Direttorio, n. 12).
Credo che questi quattro afflati possono essere considerati un poco il cuore del Direttorio, perché capaci di offrire criteri d’orientamento e di discernimento per il lavoro pastorale. Forse una maggiore sottolineatura e un più ampio sviluppo dei medesimi avrebbe giovato al cammino concreto delle nostre comunità. Del resto si tratta di orientamenti (così li chiama L’Esortazione apostolica Marialis cultus di Paolo VI – 1974 – n. 29) già formulati a proposito del retto ordinamento e sviluppo del culto della beata Vergine Maria e ampiamente commentati nel testo dell’Esortazione apostolica (nn. 29-38), che offre a modo di conclusione una descrizione dei rischi contenuti in una pietà popolare che non si coordina con tali orientamenti: “Dopo aver offerto queste direttive, ordinate a favorire lo sviluppo armonico del culto alla Madre del Signore, riteniamo opportuno richiamare l’attenzione su alcuni atteggiamenti cultuali erronei. Il Concilio Vaticano II ha già autorevolmente denunziato sia l’esagerazione di contenuti o di forme che giunge a falsare la dottrina, sia la grettezza di mente che oscura la figura e la missione di Maria; nonché alcune deviazioni cultuali: la vana credulità, che al serio impegno sostituisce il facile affidamento a pratiche solo esteriori; lo sterile e fugace moto del sentimento, così alieno dallo stile dal Vangelo, che esige opera perseverante e concreta. Noi ne rinnoviamo la deplorazione: non sono forme in armonia con la fede cattolica e, pertanto, non devono esistere nel culto cattolico. La vigile difesa da questi errori e deviazioni renderà il culto alla Vergine più vigoroso e genuino: solido nel suo fondamento, per cui in esso lo studio delle fonti rivelate e l’attenzione ai documenti del Magistero prevarranno sulla ricerca esagerata di novità o di fatti straordinari; obiettivo nell’inquadramento storico, per cui dovrà essere eliminato tutto ciò che è manifestamente leggendario o falso; adeguato al contenuto dottrinale, donde la necessità di evitare presentazioni unilaterali della figura di Maria, le quali, insistendo più del dovuto su un elemento, compromettono l’insieme dell’immagine evangelica; limpido nelle sue motivazioni, per cui con diligente cura sarà tenuto lontano dal santuario ogni meschino interesse” (n. 33).
lI – STIMOLI PER UN CAMMINO
Premesse- Essendo il Direttorio un documento rivolto a tutta la Chiesa Cattolica, come già ho detto in premessa, mi è sembrato opportuno far atterrare il testo dentro il cammino delle nostre Chiese e con una particolare attenzione a voi che operate nei Santuari: tenterò di esprimere, dentro un orizzonte pastorale, qualcuno dei principi teologici che costituiscono un importante riferimento per valutare e rinnovare la pietà popolare.
-
Va innanzitutto superato un equivoco di fondo che s’annida nella mentalità di diversi operatori pastorali che ritengono popolare solo la ‘pietà popolare’, mentre la liturgia non lo sarebbe altrettanto. Si tratta di una affermazione che trova la sua più evidente smentita nel rinnovamento conciliare che ha promosso la partecipazione del popolo alla celebrazione liturgica, favorendo modi e spazi (canti, coinvolgimento attivo, ministeri laicali ….) che, in altri tempi, hanno suscitato preghiere alternative o sostitutive dell’azione liturgica (n. 11).
Come per tutto l’organismo cristiano, occorre che avvenga l’iniziazione al linguaggio e ai contenuti della celebrazione; cosa necessaria (spero non risulti offensivo), anche per i presidenti dell’azione liturgica, i presbiteri (la cronaca pastorale registra episodi “curiosi” in quantità, dove il soggettivismo emotivo, non coordinato con una sana teologia della celebrazione, diventa codice di avviamento di nuove deviazioni cultuali).
Per quanto riguarda i contenuti occorre rimettere al centro la Pasqua del Signore come evento fondante la Chiesa e l’intera esistenza cristiana: essa si dà nella forma della celebrazione liturgica, facendo sorgere e costituendo la comunità cristiana, plasmata dallo Spirito Santo. Per quanto riguarda il linguaggio è poi assolutamente necessario l’iniziazione al complesso mondo dei segni liturgici e delle funzioni che in esso si esprimono: gesti, parole, simboli …. funzioni patenti quali i poli della celebrazione (l’altare, l’ambone ….); funzioni latenti (sono quelle che attivano nel cuore dei partecipanti, per mezzo dei riti, il mondo dei simboli, fino a commuovere e a coinvolgere il mondo dei sentimenti religiosi). È evidente il fatto che, mentre la liturgia offre sempre il tutto del mistero della salvezza, la pietà popolare presenta semplicemente un frammento del medesimo. - Occorre inoltre ritrovare una positiva visione del rapporto fra liturgia e pietà popolare. Visione che costituisce un programma da realizzare: “Liturgia e pietà popolare sono quindi due espressioni cultuali da porre in mutuo e fecondo contatto: in ogni caso, tuttavia, la liturgia dovrà costituire il punto di riferimento per incanalare con lucidità e prudenza gli aneliti di preghiera e di vita carismatica che si riscontrano nella pietà popolare; dal canto suo la pietà popolare, con i suoi valori simbolici ed espressivi, potrà fornire alla liturgia alcune coordinate per una valida inculturazione e stimoli per un efficace dinamismo creatore” (n. 58).
- Nel nostro contesto di evangelizzazione sono sostanzialmente due le domande fondamentali a cui rispondere e che, ad un tempo, si rincorrono e intrecciano: come evangelizzare una cultura secolarizzata che sembra del tutto indifferente alla domanda religiosa, e come evangelizzare una domanda religiosa che, a dispetto di alcune previsioni, non soltanto continua a sopravvivere, ma sembra addirittura aumentare. La seconda domanda non è meno delicata ed importante della prima, anzi.
- 1) Un primo sentiero di lavoro è tracciato dal Direttorio quando mette in evidenza lo squilibrio che si crea quando si perde la gerarchia dei valori e delle stesse verità della fede: al riguardo infatti esso afferma che “il corretto rapporto tra liturgia e pietà popolare viene turbato, allorché nei fedeli si attenua la coscienza di alcuni valori essenziali della liturgia stessa”(n. 48),quali “la sproporzione tra la stima per il culto dei santi e la coscienza dell’assoluta sovranità di Gesù Cristo e del suo mistero; lo scarso contatto diretto con la Sacra Scrittura; l’isolamento dalla vita sacramentale della chiesa; la tendenza a separare il momento cultuale dagli impegni della vita cristiana; la concezione utilitaristica di alcune forme di pietà; l’utilizzazione di segni, gesti e formule, che talvolta prendono un’importanza eccessiva, fino alla ricerca dello spettacolare; il rischio, in casi estremi di favorire l’ingresso delle sétte e portare addirittura alla superstizione, alla magia, al fatalismo o all’oppressione” (n. 65).
- Si tratta di una descrizione che invita a considerare sempre aperto il cantiere della fede e della sua personale appropriazione, che va decisa ogni giorno, perché ogni giorno, come già per il popolo di Dio nell’A.T. e per i discepoli di Gesù nel Nuovo Testamento, è abitato dalla tentazione che riguarda innanzitutto l’immagine di Dio (la tentazione di farsi degli idoli) e l’immagine complessiva della stessa esperienza cristiana. Il Dio della rivelazione cristiana infatti è un Padre di cui fidarsi e a cui affidarsi (e non un potere da imbonire o da cui difendersi). A proposito poi dell’immagine complessiva dell’esperienza cristiana nel cuore del credente talvolta prevale una visione in cui la religione è fondamentalmente una questione di doveri da compiere, di meriti da acquisire e di ricompense da ottenere. Il cristianesimo invece non è primariamente una questione di doveri da compiere e di pesi da portare. È grazia, è dono. Non è qualcosa che noi facciamo per Dio, ma è qualcosa che Dio ha fatto per noi. È una grazia e un privilegio immenso aver conosciuto da vicino Cristo, il suo Vangelo, il suo amore. L’originalità e novità cristiana non sta nel fatto che noi diciamo d’amare Dio, ma nel fatto che crediamo che Dio ha amato e ama incondizionatamente l’uomo.
- Uno strumento non facoltativo per coltivare un rapporto filiale con il Padre è l’anno liturgico, considerato anche come scuola del discepolato di Cristo nei suoi misteri. Il Direttorio ci invita a percorrere questa strada. Ma la domanda che viene spontanea è la seguente: l’anno liturgico è un semplice contenitore o viene invece valorizzato come luogo dell’esperienza privilegiata del cammino di Cristo con la sua Chiesa? Lascio aperta la risposta, rimandando ad un tempo al significativo paragrafo n. 36 della Nota Pastorale CEI (n. 3), dedicata agli Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta. In essa fra l’altro l’anno liturgico viene presentato come ambiente ecclesiale tipico per compiere l’itinerario di fede: per questo non deve essere messo in secondo piano da nessun’altra esigenza o proposta pastorale, tenendo in evidenza che la funzione più importante del cammino dell’anno liturgico è quella di rivelare innanzitutto il volto del Padre che Gesù manifesta con le parole e con le opere: solo in modo derivato l’anno liturgico dice anche il senso morale dell’esistenza cristiana.
-
2) Un secondo sentiero di lavoro è dato da una lunga consuetudine di atteggiamenti individualistici nella prassi sacramentale che ha lasciato il segno nella costruzione di rapporti non sempre corretti tra celebrazione dei sacramenti e vita cristiana, rafforzando pregiudizi mentali di fondo, insediato proprio nello spazio della fede.
Provo ad esemplificare, partendo da due pilastri di fondo della teologia sacramentaria e liturgica: i sacramenti come segni della grazia e i sacramenti come segni della fede.
Occorre qui superare una sbagliata abitudine mentale che considera i Sacramenti come opere da compiere per indurre Dio a volerci bene o ad adeguarsi ai nostri desideri; essi invece sono il segno più forte dell’amore gratuito che Dio ha per l’uomo e della sua benedizione che raggiunge personalmente ogni creatura.
In fondo essi dicono, in modo essenziale, il contenuto profondo della rivelazione: Dio ama gratuitamente e in modo imprevedibile ogni uomo e lo chiama alla conversione-salvezza.
Al di fuori di questo contesto di grazia e del relativo atteggiamento di gratitudine i Sacramenti perdono di significato e non dicono proprio niente: i cristiani infatti sono innanzitutto persone “graziate”, peccatori perdonati.
b) I Sacramenti: segni della fede
Sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze della celebrazione rituale dei Sacramenti per motivi prevalentemente di ordine sociologico (si fa il rito perché tutti fanno così).
Accontentarsi in questo caso della sola richiesta come segno sufficiente di fede, accentuare in modo prevalente l’azione di Dio (esecuzione corretta del rito) senza domandare la qualità personale della fede, accontentandosi perciò di una pura appartenenza anagrafica alla Chiesa, sono atteggiamenti pastorali le cui conseguenze tutti tocchiamo con mano: non si potrà mai fare appello dopo a ciò che prima ha detto niente.
Accanto agli atteggiamenti di pura connotazione sociologica è oggi rilevabile anche una mentalità caratterizzata dalla magìa che avviene quando, nella celebrazione, ci si fissa solo sugli aspetti esteriori, perché si aspetta una automatica e prodigiosa mutazione o dell’atteggiamento di Dio o delle difficili situazioni vissute.
Quando ci si atteggia in questo modo si oscura completamente il volto di Dio, Padre di Gesù Cristo, nei confronti del quale ci si comporta con i tratti che caratterizzano i rapporti umani di potere: adulazione, rappresaglia, ricatto …. Viene così rovesciato il rapporto di salvezza, diventando l’uomo, in seguito all’offerta di patetiche contropartite, creditore verso Dio e ci si sottrae alla decisione libera e personale della fede, esigita dal Vangelo.
Non vanno certamente combattute le situazioni faticose del vivere umano e nemmeno il bisogno di rassicurazione che spesse volte è all’origine della prima apertura nei confronti di Dio; esse però devono essere coltivate sullo sfondo di una immagine di Dio biblica, che ama incondizionatamente, che non ha bisogno di ricattare né di essere ricattato. Per questo occorre educare alla qualità dell’intenzione e coltivare l’attaccamento del cuore: siamo figli e Dio è Padre (si può vedere l’importanza dell’afflato biblico da un lato e di quello antropologico dall’altro).
3) Un ulteriore sentiero è dato dall’urgenza della necessità di una catechesi capace di intercettare la condizione spirituale delle persone e di mettersi “nelle scarpe” dell’interlocutore, aiutandolo ad incontrare, secondo la sua capacità, gli orizzonti aperti dal Vangelo.
§ In questi giorni siamo ospiti di un Santuario mariano: credo che se le pietre potessero parlare, darebbero origine ad una formidabile e secolare eco delle tante suppliche che molta gente ha qui rivolto alla Santa Vergine, perché avvertita come figura vicina alla propria condizione di tribolati. Forse molti sono poi tornati a casa senza essere stati esauditi nelle loro domande: ma aver potuto confidare le proprie pene a Maria è già averne dimezzato il peso. Se chi opera pastoralmente in Santuario è disponibile a questo ascolto, quale opera educativa può essere compiuta (magari anche valorizzando qualche preghiera o salmo di lamento), sapendo anche che il lamento è una componente grande dello stesso salterio che ogni giorno preghiamo nella liturgia delle Ore.
§ Tenuto poi conto della fondamentale apertura al senso del sacro che la religiosità popolare esprime, credo che una vocazione particolare dei Santuari nel nostro contesto culturale sia quello di coltivare nei pellegrini l’apertura al senso del sacro. Oggi è sì caduto il senso del sacro ma è rimasta la nostalgia del sacro. Come rispondere oggi a questa nostalgia? Occorre innanzitutto ribadire che Chiesa e senso del sacro sono fatti l’uno per l’altro: da un lato infatti l’esperienza di Dio sarebbe senza terreno perché il credente sarebbe privo del sentimento fondamentale che è quello di sentirsi creatura davanti al Creatore; dall’altro il senso del sacro senza la Chiesa correrebbe il rischio di diventare superstizione o esperienza elitaria. Sapendo poi che questo senso del sacro, che prelude al senso della fede, precede qualunque esperienza e non può essere causato dall’esterno da nessuno, dobbiamo favorire la creazione di occasioni perché questo avvenga. Quali dunque queste occasioni? Innanzitutto un’occasione è offerta dalla Chiesa stessa intesa come edificio sacro (terribilis est locus iste): basti pensare a due grandi convertiti del secolo scorso – P. Claudel e A. Frossard – che hanno trovato la prima grande apertura al soprannaturale varcando la porta di una chiesa-edificio. A questo riguardo mentre siamo chiamati a curare la bellezza artistica dei nostri Santuari, dobbiamo anche preservare in essi il senso del silenzio, del sacro, del rispetto della santità di Dio. Un tempo questa funzione era svolta anche dal cosiddetto “sagrato” che garantiva il passaggio dalla frammentarietà della vita quotidiana al cospetto e alla presenza di Dio. Una seconda occasione è data dalla liturgia che da azione sacrale sacerdotale è divenuta azione comunitaria e partecipata. Come incarnare oggi, in questa forma liturgica, il senso del sacro che nella forma precedente trovava una modalità espressiva nella lingua latina e nel canto gregoriano? Certamente il mezzo oggi è la Parola del Dio vivente che ci fa scoprire il senso della santità di Dio, dinanzi alla quale siamo chiamati a tacere, adorare, contemplare, godendo della Sua presenza (si pensi al riguardo la forza comunicativa e rivelativa del canto del Santo che esprimiamo in comunione agli Angeli e ai Santi). Un’ultima occasione è data anche dalla festa, oggi purtroppo spesse volte dissacrata: se bene vissuta, celebrata e proposta essa può diventare una privilegiata occasione di esperienza di Dio.
§ Credo sia facilmente percepibile da quanto è stato detto fino ad ora che una pregiudiziale chiusura nei confronti della pietà popolare è assolutamente fuori luogo: per questo la Chiesa è chiamata ad essere aperta a tutti coloro che bussano alla sua porta o sono in necessità, convinta innanzitutto che il Vangelo è per tutti, perché è il pane della Parola, segno dell’amore incondizionato di Dio rivolto ad ogni uomo e destinato a suscitare la fede. Ma anche decisa a portare maggiore attenzione al bisogno di rito e di devozione che la stessa fede richiede e che la pietà popolare esprime come forte esigenza del cuore umano. Una concezione della liturgia che la riduce a culto spirituale nel senso peggiore della parola, cioè di attività che riguarda lo spirito in senso disincarnato, è lontana dalla prospettiva evangelica che si prende cura dell’uomo nella sua integralità (basti pensare alla fatica e alla pesantezza di celebrazioni che estenuano la capacità d’ascolto del fedele con una eccessiva verbosità e lo relegano al ruolo di ascoltatore passivo e non di credente che prega celebrando).
Ci aiutano su questo sentiero le parole di Giovanni Paolo II°, nella Lettera Apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), n. 18: “La pietà popolare non può essere né ignorata, né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori, e già di per sé esprime l’atteggiamento religioso di fronte a Dio. Ma essa ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, affinché la fede che esprime, divenga un atto sempre più maturo e autentico. Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscono e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche. Una autentica pastorale liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la liturgia come offerta dei popoli”.
IN CONCLUSIONE
Mi sembra appropriato ed ispiratore di un sapiente cammino il paragrafo sulla devozione nel “postmoderno” di Mons. G.F. Brambilla nel volume “La Parrocchia oggi e domani”, Cittadella Editrice 2003, pp.300-301. È un ulteriore contributo da mettere nel bagaglio di queste giornate, per tornare a casa, capaci di una ricezione attiva e pedagogica del Direttorio. “È facile notare che la diagnosticata ‘crisi della devozione’ e la pronosticata ‘fine delle devozioni’ nella società secolare sono sopravvissute a coloro che ne avevano già preparato il funerale. Ma la sopravvivenza è avvenuta nelle forme di un religioso vischioso, diffuso, sentimentale e di un sacro selvaggio, che stanno prefigurando e realizzando forme di religione settaria o elitaria, del ‘fai da te’ dei tempi e momenti della fede, composti dentro un disegno dove ciascuno, o piccoli gruppi, scelgono la forma della ‘loro’ religione, ma più precisamente si dovrebbe dire della loro ‘religiosità’. Questo religioso assume forme molto pervasive in una devozione che sembra viaggiare a lato dell’esperienza di fede comunitaria, sembra quasi mancare di una lingua e di gesti affidabili, riconoscibili anche da altri, o meglio si ricostruisce da capo la lingua, i gesti, i luoghi dove esprimere un sentimento che sembra ‘distratto’ dalle forme della vita liturgica. Molta gente partecipa alle liturgie cattoliche, ma quando si tratta di esprimere la propria devozione si abbevera ad altre fonti, ad altri santuari, ad altre forme di preghiera, ad altre guide. Occorrerà assumere questo ‘sacro selvaggio’: rimuoverlo significherebbe lasciarlo in balìa di un’incontrollata espansione cancerosa e della possibilità di una manipolazione da parte dei nuovi movimenti religiosi; ignorarlo in nome di una presunta purezza della fede significa consegnare la fede ad un gruppo elitario, ed essa non potrà mediarsi che attraverso forme di vita che dicano oggi quella purezza sognata. Educare la devozione e alla devozione allora significa ritrovare la lingua e ridare forme espressive che ridonino la capacità di varcare la soglia del sacro, di mostrare persuasivo che il sentire e il sentirsi sorpresi dalla vita e dal suo carattere buono è il varco per poterla scegliere come buona per sé e proporla ad alti”.
Don Gianni Colombo
Torna in alto